Buongiorno. E’ venerdì due marzo. Sarà la voglia di normalità, il desiderio di lasciarsi andare ad un sentimento collettivo, magari anche per una notizia triste ma che non venga dalla stessa matrice, quella crisi che prima ancora che far drammi concreti ha generato un clima di paura che paralizza persino il pensiero di voler far qualcosa, ma la reazione alla notizia della morte di Lucio Dalla è stata sorprendente. E non solo dal popolo della rete che su internet non si è risparmiato in messaggi di partecipazione al dolore, nel nuovo rito del festeggiare e piangere tutti insieme a conferma di come siano cambiati i costumi della società, persino il modo di reagire di fronte alle notizie. Eppure questa sorta di sentimento, di inconsapevole appartenenza comunitaria non aiuta in altro perché poi prevale la paura, l’ansia di difendere sé e le persone cui si vuole bene e preservare dal pericolo.
Così il vero pericolo diventa l’altro, viene identificato con tutto ciò che non ci riguarda immediatamente, che non rientra nella sfera dei nostri affetti, dei nostri bisogni. E’ questo il più grande danno provocato da un modo di vivere che questa crisi economica sta rendendo persino drammatico: si è rincorso il mito del benessere ed ora che per tanti, così come prima si erano allagrate le possibilità, ora stanno diminuendo opportunità e prospettive fino a rischiare di ritrovarsi nella fascia dei nuovi poveri. E’ da qui che nasce il disagio che deve preoccupare, che con troppa naturalezza sta trovando sfogo nelle manifestazioni che a macchia di leopardo si stanno allargando in tutta Italia. Al Nord la motivazione è la Tav, altrove la solidarietà a chi combatte la Tav ma tra un po’ non tarderanno né mancheranno altre motivazioni per scendere in piazza. La novità è che la rabbia si estende e coinvolge anche quanti non avrebbero mai immaaginato di dover scendere in piazza per un corteo, per dimostrare contro qualcuno e se necessario persino a far botte con le forze dell’ordine. Insomma, siamo di fronte ad una globalizzazione della protesta con un tratto comune ovunque: l’insofferenza verso i politici e quanti rappresentano un potere sempre più identificato con privilegi non più tollerabili in questi tempi di magra.
Ecco perché ad ascoltare personaggi improbabili della politica italiana, al nei palazzi romani come in quelli di provincia, che si attrezzano per i congressi di partito si percepisce l’inconsapevolezza della classe politica italiana. Ballano e non si accorgono che il titanic sta affondando e che li trascinerà fino in fondo.
Gigi Casciello
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